Terribili, Alessandro

Summary

“Guerriglia partigiana in Val di Tenna” è un opuscolo scritto da Alessandro Terribili la cui prima parte fornisce informazioni dettagliate circa le attività portate avanti dal movimento partigiano in quel territorio: le tre Bande operanti nel settore, i risultati dei loro attacchi contro i nazifascisti, il numero e i nomi dei caduti, le armi e le munizioni a loro disposizione. In più occasioni si fa riferimento all’assistenza data a numerosi ex-prigionieri alleati. La seconda parte è più ideologica e politica, carica di invettive contro il fascismo e infine contro la Germania e il suo popolo.


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Guerra partigiana in Val di Tenna

ALESSANDRO TERRIBILI

GUERRIGLIA PARTIGIANA IN VAL DI TENNA

COMMEMORAZIONE DEI CADUTI TENUTA NEL TEATRO COMUNALE DI AMANDOLA IL 21 AGOSTO 1944 PRESENTI LE AUTORITA’ CIVILI E MILITARI ALLEATE E ITALIANE DELLA PROV. DI ASCOLI PICENO

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PREFAZIONE

Il Centro Culturale DINOS di Amandola, associazione da anni attiva nel campo della cultura, è lieto di portare a conoscenza della cittadinanza e dell’intero territorio questo opuscolo scritto nell’agosto del 1944 dal compianto concittadino Alessandro Terribili e riguardante i tragici eventi che seguirono I’armistizio del 1943.

La seguente ristampa dal titolo “Guerriglia partigiana in Val di Tenna”, opera ormai introvabile e ai più sconosciuta, è frutto della passione e dell’attività di ricerca che caratterizza I’associazione.

L’opuscolo, scritto di getto dall’autore per la commemorazione dei caduti tenutasi nel teatro comunale di Amandola il 27 agosto 1944 alla presenza delle autorità civili e militari alleate e italiane della provincia, è stato presentato lo stesso giorno nel quale veniva dedicata una lapide in memoria del martirio di Angelo Biondi.

Il libretto si articola in due parti: la prima dedicata alla ricostruzione della resistenza nel territorio della Val di Tenna tra il 1943 e 1944, con molte curiosità alcune delle quali poco note; la seconda parte è una forma di propaganda “ideologico-politica”, carica di invettive contro il fascismo e la Germania nazista. E’ opportuno precisare che le idee e le opinioni espresse non rappresentano necessariamente quelle dell’associazione. Come più volte affermato da più parti, “i morti sono morti” e non conta il loro colore o la loro adesione a una o all’altra fazione. La seconda guerra mondiale ha diviso famiglie, generato fratricidi e i nomi dei combattenti ivi riportarti, sia dell’un che dell’altro schieramento, devono avere un valore di pura notizia storica senza alcuna pregiudiziale o rivendicazione morale-ideologica di appartenenza.

Ognuno ha agito secondo le proprie convinzioni, nel bene e/o nel male. La storia non può essere manipolata per pura convenienza ed è per questo motivo che il Terribili riporta fatti e nomi del territorio come pura cronaca senza alcun personale giudizio o biasimo.

Inoltre, a scanso di equivoci soprattutto nei confronti del popolo tedesco, le affermazioni ivi contenute sono il naturale frutto del contesto storico e delle tragiche vicende della seconda guerra mondiale che hanno esasperato gli animi dei popoli, ed in particolar modo dei residenti nelle nostre contrade.

L’opera che oggi viene riportata alla luce è quella fedelmente riprodotta, essa, oltre a curiosità ed avvenimenti che hanno coinvolto la nostra vallata, presenta anche spaccati di politica nazionale, ma soprattutto presagisce quelle che saranno le sorti della guerra e in particolare della Germania che verrà completamente distrutta, occupata e divisa in zone di influenza sottoposte all’amministrazione degli Stati vincitori alleati fino all’ormai storico crollo del muro di Berlino.

L’auspicio di tutti è che il risentimento evidente in queste pagine sia solo un triste ricordo e che gli avvenimenti occorsi siano solo un bruttissimo incubo dal quale ci si è definitivamente risvegliati.

Le due guerre mondiali e la resistenza sono stati degli amari pasti, ormai si spera, completamente metabolizzati e definitivamente trasformati in energia positiva e costruttiva: I’Europa unita ne è la dimostrazione.

Rafforzare I’unità europea, la Costituzione e le sue radici sono l’unico antidoto contro gli egoismi delle singole nazioni affinché non abbiano a ripetersi i tragici eventi narrati in questo scritto. Non resta, pertanto, che augurare una buona lettura e un’attenta meditazione.

Amandola, li 25 aprile 2008

Centro Culturale DINOS
Il Presidente
Dott. Luigi Andreozzi

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Eccellenze, signore e signori, compagni!

Il martirio di Angelo Biondi – alia memoria del quale oggi verrà scoperta una lapide sul muro dove venne assassinato – coincide col sorgere del movimento partigiano nelle nostre contrade.

Quando, all’alba del 2 ottobre 1943, Amandola si trovò circondata da una masnada di S.S. – il fior fiore della delinquenza teutonica per dichiarazione successivamente fatta in Pratica di mare dall’imberbe tenentino che la comandava, qui doveva essere lasciato un ricordo della mostruosa ferocia repressiva unna, in quanto Amandola era stata indicata, dai fascisti di Macerata, come il centro del sorgente movimento partigiano della montagna nel Piceno.

Lo spionaggio fascista aveva funzionato in pieno. In Amandola per il vero – a iniziativa di fuorusciti romani e di alcuni elementi locali, fin dal 20 settembre era stata iniziata I’organizzazione di bande partigiane per resistere al tedesco invasore, e per fronteggiare i nemici interni: i fascisti. Al nostro movimento avevano aderito subito diversi militari sbandati del Nucleo Anti-paracadutisti qui di stanza – tra cui il Biondi – e altri, militari e civili, venuti a rifugiarsi nelle nostre montagne per sfuggire al lavoro forzato ed ai rastrellamenti fascisti.

Come si svolsero i fatti vi è noto: il Biondi, trovato dai tedeschi in possesso di una rivoltella, veniva subito percosso a sangue con i calci dei fucili; poi, dopo essere state tenuto immerso in una fontana, e poscia trascinato più volte su e giù per le vie del paese, veniva esposto per alcune ore in Piazza Risorgimento, quindi messo al muro e fucilato, previo suono delle campane per invitare la popolazione ad assistere al saggio, Al Biondi, inebetito e febbricitante, venne persino impedito il conforto di una tazza di latte, che una umile lattaia di passaggio si era affrettata a porgergli. Gli assassini nazisti, anche in questo rivoltante particolare, tennero a differenziarsi dai boia di tutti i tempi.

Col nome di Angelo Biondi si apre il nostro martirologio, che comprenderà 17 morti in combattimento (Ridolfi Giovanni Giannini Romeo – Censori Antonio – Censori Ilario – Moretti Ernesto – Amici Mario – Vulpiani Ermenegildo – Zocchi Adolfo Rinelli Angelo – Giuliani Giovanni – Cacciatori Silvio – Bellesi Enrico – Qualeatti Bastiano – Morichetti Felice – Tricomir Francesco – un ex prigioniero inglese ed uno jugoslavo); 7 assassinati (Biondi Angelo – Fratini Antonio – Nocelli Guerriero Mercuri Vincenzo – Luciani Mario – Cifola Vincenzo – Jommi Pietro); 8 feriti; 19 imprigionati. Cinque dei tredici caduti nel combattimento di Montemonaco sono stati proposti per ricompense al valore per I’eroico loro comportamento.

Le perdite nemiche sono state maggiori: 58 nazifascisti sono stati uccisi in combattimento o passati per le armi; 10 sono stati feriti in scontri isolati, ed un numero imprecisabile, ma certamente notevole, in combattimenti di gruppi; 17 sono stati catturati.

Queste cifre si riferiscono al solo Sottosettore di Amandola —che è quello di cui ci siamo occupati — del Battaglione Bata (dal nome dell’ eroico tenente che sputò sul muso al rinnegato ufficiale fascista che comandava il plotone che lo assassinò in Macerata), Battaglione costituente l’87° Settore della III Brigata Garibaldi (Raggruppamento Gran Sasso). Esso comprendeva le Bande di Amandola, Montegiorgio e Fermo-esterna, con gruppi operanti in Amandola, Montemonaco, Montefortino, Comunanza, Crocecasale, Monsanmartino, Montefalcone Appennino, Smerillo, Montegiorgio, Mogliano, Penna San Giovanni, San Girolamo, Campiglione e Monterubbiano. Fino alla metà di febbraio erano aggregate al Sottosettore di Amandola anche le Bande di Sarnano, Piobbico, Montalto e Monastero, comprendenti oltre 200 elementi, prevalentemente slavi, le quali poi si resero autonome, il che per noi fu meglio. Le tre Bande del nostro Sottosettore hanno operato con una forza complessiva di 323 uomini, compresi 17 ex

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prigionieri alleati (di cui 9 russi, 6 inglesi e 2 jugoslavi, e 1 disertore tedesco di nazionalità austriaca) non tutti armati, con poche armi efficienti e con pochissime munizioni; per lo più affamati, laceri, e con scarpe da usarsi a turno.

I nazifascisti, sempre abituati ad attribuire ad altri quello che fanno essi stessi, hanno fatto correr voce, per cercare di screditare il nostro movimento, che fiumi d’oro sarebbero stati profusi per le Bande partigiane. In questa zona – sia ben chiaro per tutti – nessuno ha avuto né un arma, né una cartuccia, né un centesimo.

Le armi, i nostri uomini se le sono procurate da sé, con attacchi alle caserme ed alle pattuglie nazifasciste; al loro più che modesto sostentamento – non sempre quotidiano – ed ai tabacchi – unici bisogni potuti soddisfare alla meglio durante il periodo clandestino hanno provveduto, con aiuti di ogni genere, le popolazioni e soprattutto i contadini. Altri aiuti hanno dato le Autorità ecclesiastiche. In modo particolare la Curia Arcivescovile di Fermo, col metterci a disposizione la casa parrocchiale di Piedivalle, per la sede del centro di coordinamento di tutta I’attività partigiana della zona, la cui torre campanaria servì egregiamente per salvare le nostre armi dalle reiterate perquisizioni nazifasciste; e il Rettore del Santuario dell’Ambro, il quale, con suo grave rischio, per tutto il periodo clandestino ricoverò numerosi nostri elementi in transito, ed un notevole numero di ex prigionieri alleati erranti, riuscendo a sottrarli alle ricerche delle pattuglie nazifasciste che li braccavano.

Preziosi sono stati pure gli aiuti datici da funzionari di alcuni Comuni, e quelli dei Reali Carabinieri di Amandola e di Montemonaco, col comunicarci e col sabotare le disposizioni emanate dalla Prefettura repubblichina e dai Comandi tedeschi, col rilasciarci carte d’identità con nominativi diversi, ed in genere con la loro assistenza e collaborazione, mai negateci quando ne ebbero la possibilità.

Ma questo è tutto. Ci era stata promessa un’adeguata dotazione di armi e di munizioni, ma la pila rimase ostinatamente scarica, perchè Mimì sognò Erminia soltanto in una notte di bufera, per cui dal cielo non vedemmo cadere altro che neve (1).

Questa situazione non permise di accogliere i tanti e tanti giovani che continuamente affluivano da ogni parte per ingrossare le nostre file; anzi dovemmo licenziare anche un certo numero di quelli che erano accorsi alia prima ora, per insufficienza di armamento e per difficoltà di vettovagliamento. Se le promesse ci fossero state mantenute, i nostri reparti avrebbero potuto disporre di una forza più che decupla, e certamente sarebbero stati in grado di potersi efficacemente opporre in forze ai nazifascisti, specialmente nel momento della fuga, il che avrebbe per lo meno contribuito a ridurre le devastazioni e le rapine. Dovemmo invece limitarci a isolate azioni di disturbo e sabotaggio.

Tuttavia si è fatto quello che è stato possibile fare, tenuta anche presente la prudenza imposta dalle ragionevoli apprensioni delle popolazioni per le spietate rappresaglie teutoniche, più volte assaporate con fucilazioni, distruzioni di edifici, saccheggi, percosse, arresti, prelievi di ostaggi, e altre nefandezze. E le operazioni compiute non sono state né poche né trascurabili, e anzi devono essere state veramente efficaci, se il Comandante provinciale della G.N.R. – il famigerato colonnello Torregrossa – nella sua denuncia n. 1238 inoltrata al Tribunale speciale di Macerata contro diversi dei nostri, cosi si esprimeva: “Provvidi ad inviare a Montefortino e a Montemonaco miei informatori e militi del servizio investigativo, allo scopo di conoscere le forze dei partigiani, loro armamento, individuazione di capi e di gregari. I rapporti che mi pervennero, oltre a darmi la sensazione precisa che la banda era numerosa e bene armata, mi confermavano ancora che il movimento partigiano andava assumendo un vero e proprio carattere comunista… La G.N.R. disponeva soltanto di uomini male armati, e soltanto di moschetti e di pochissimo “munizionamento (un caricatore per ogni militare), e non aveva nessun mezzo militare”. Cosicché non era possibile tentare un’azione repressiva contro i ribelli che oltre la superiorità del numero, avevano anche un armamento perfetto e gran copia di “munizionamento”

[Nota (1)] Erano questi i segnali negativi e positivi di Radio-Bari per il lancio di anni nella nostra zona.

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Di tutto questo, naturalmente, il vero era esattamente il contrario:
la G.N.R. benché numerosa e bene armata, terrorizzata dalle prime nostre azioni e della nostra audacia, non aveva osato attaccarci da sola. E fino a quando nel marzo tedeschi e fascisti riuniti, non si decisero ad attaccarci in forze a Montemonaco, con oltre un migliaio di uomini, con 52 automezzi, 2 cannoni semoventi e 2 autoblindo (i nostri erano circa 120, con in tutto una trentina di moschetti, pochi caricatori, e qualche vecchio pistolone, e pur riuscirono ad uccidere 36 tedeschi ed a ferirne un numero notevole), e subito dopo a stabilire presidi permanenti, anche di notevole entità, in tutti i comuni della zona; fino ad allora nelle nostre contrade erano rimasti costantemente applicati i cartelli con la indicazione “Achtung!
Parteigangen” e i nazifascisti raramente si erano avventurati a transitarvi; e le poche volte che lo avevano tentato, avevano pagato caro il pedaggio.
A proposito dell’accanimento del combattimento di Montemonaco, ecco come si esprime il referto del Comando Provinciale della G.N.R.:

“Nei primi di marzo il Comando di un Battaglione speciale “germanico si trasferiva in Ascoli col compito di muovere guerra ai “partigiani che avevano militarmente occupato i comuni di Montemonaco, Montefortino, Amandola, Montegiorgio, Force e Servigliano. Presi subito contatto con tale comando, e dopo “supplementi di azioni investigative, venne espletata un’azione “contemporanea (tedeschi e G.N.R.) nei comuni suddetti. Frattanto a “Montefortino dai ribelli veniva ucciso un ufficiale tedesco ed un “mio informatore, tale Leognani. L’azione condotta con mezzi “adeguati e con estrema decisione, sbaragliava i partigiani, i quali “lasciarono sul terreno, dopo accaniti combattimenti, protrattisi per qualche caso anche parecchie ore, molti morti ed abbondante “materiale”.

Eccovi un sommario delle operazioni e delle azioni svolte nella nostra zona, sommario che stralcio dalla relazione ufficiale, già controllata ed approvata dal Governo Militare Alleato della Provincia e dal Centro Militare del Ministero della Guerra:

I. BANDA DI AMANDOLA

a) Paesi occupati militarmente:
Amandola – Montefortino – Montemonaco – Servigliano.

b) Azioni militari:

  • attacco ad un camion tedesco sulla rotabile Amandola-Montefortino;
  • danneggiamento di due camion tedeschi sulla strada Amandola – Montemonaco;
  • resistenza di circa 120 elementi della Banda ad un attacco in forze operato il 18 marzo 1944 da oltre un migliaio di tedeschi e fascisti, portatisi a Montemonaco, per vie diverse, con 52 automezzi, 2 cannoni, 2 autoblindo, con perdita di 13 uomini, di fronte ai 36 caduti tedeschi accertati, ed ai numerosi feriti non potuti controllare;
  • attacco sulla strada Venarotta-Force ad una colonna tedesca che trasportava bovini requisiti nella zona ad Ascoli Piceno (ove i tedeschi avevano impiantato una lavorazione di carni, che venivano inviate in Germania e sul fronte meridionale), con recupero di 51 capi;
  • attacco sulla strada Venarotta-Force a due camion tedeschi;
  • disarmo di una pattuglia tedesca nei pressi di Crocecasale;
  • cattura in Crocecasale di una pattuglia tedesca, e sequestro di un carro trainato da due muli, carico di materiale di casermaggio;
  • attacco a una pattuglia tedesca che si apprestava a far saltare la centrale idroelettrica di Piedivalle (in concorso con ex prigionieri Jugoslavi), con cattura di due tedeschi; rinnovato il

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  • [continua] giorno successivo contro un’altra pattuglia accorsa a ricercare la prima, sbaragliata dopo combattimento, con cattura di un camion e di una cassa di esplosivi destinati a far saltare la centrale, salvata.
  • concorso di elementi della Banda, unitisi alle truppe polacche nel Fermano, nella cattura di un plotone di 24 tedeschi, comandati da un capitano, condotti al Carcere giudiziario di Fermo;

c) sabotaggi vari;

  • sabotaggi n. 19 sulle varie strade della zona, con interruzioni del traffico fino alla rimozione degli ostacoli o alla riparazione dei danni (strade Amandola-Sarnano, Amandola- Servigliano, Amandola-Ascoli, Amandola-Force, Amandola-Montefortino, Amandola- Monsammartino, Crocecasale-Montemonaco, Montefortino-Montemonaco, Montefortino- Comunanza, Comunanza-Pedaso);
  • interruzione, più volte ripetuta, delle linee telegrafiche e telefoniche Amandola- Comunanza-Ascoli, Amandola-Sarnano-Macerata, Amandola-Servigliano-Fermo, Amandola- Montefortino-Montemonaco;
  • interruzione della linea telefonica speciale della ferrovia Amandola-Fermo-Porto San Giorgio, con asporto degli apparecchi telefonici dalla stazione di Amandola;
  • interruzione della linea ferroviaria Amandola-Fermo-Porto San Giorgio, ripetuta più volte;
  • impedimento sgombro strade ostruite dalla neve nella zona, sgombro richiesto e sollecitato dai tedeschi anche con minacce di rappresaglie;
  • tentativo di far saltare Ponte Marese nei pressi di Roccafluvione, non riuscito per deficienza qualitativa e quantitativa degli esplosivi procurati;
  • impedimento abbattimento querce e al loro trasporto da Montemonaco ad Amandola, ove i tedeschi avevano impiantato una lavorazione di legname per usi bellici;
  • impedimento alle corriere automobilistiche di trasportare i chiamati alle armi e al servizio del lavoro;
  • impedimento trasferimento della lana ammassata nei magazzini del Consorzio Agrario di Amandola a quelli di Ascoli-Piceno, ove doveva essere consegnata ai tedeschi che I’avevano precettata;
  • sottrazione, più volte ripetuta, di bestiame bovino precettato dai tedeschi per la requisizione;
  • impedimento conferimento all’ammasso del lardo destinato alle truppe tedesche;
  • sequestro del materiale di casermaggio della GIL di Amandola;
  • ricerca di mine tedesche sui ponti di Monteleone di Fermo e di Monsampietrangeli (individuate e tolte otto mine a pressione);

d) Attacchi a caserme e disarmi di militari nazifascisti:

  • attacco alia caserma dei RR. CC. e della G.N.R. di Comunanza (in collaborazione con la Banda di Sarnano), con asporto di armi e casermaggio;
  • attacco alia caserma dei RR. CC. di Servigliano, con asporto di armi e casermaggio;
  • disarmi della Milizia Forestale in Amandola e a Montemonaco;
  • disarmo di una pattuglia tedesca a Villa Rustici di Amandola;
  • disarmi di un’autoambulanza tedesca e di un ufficiale e due soldati tedeschi isolati nell’Albergo Vittoria di Amandola;
  • disarmo di una pattuglia tedesca nei pressi di Grottazzolina;
  • attacco alia caserma dei RR. CC. a Monsampietrangeli, con asporto di armi;
  • disarmo di nuclei di RR. CC, e di G.N.R. viaggianti sul treno Amandola-Porto San Giorgio;
  • attacco alia caserma dei RR.CC. e della G.N.R. a Santa Vittoria, con asporto di armi e casermaggio;

e) Apertura e protezione di Silos;

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  • apertura Silos e distribuzione di grano alle popolazioni di Servigliano, Montefalcone, Monsammartino, Roccafluvione;
  • protezione del Silos di Amandola assaltato da numerosi Ville di Montegallo per impossessarsi del grano popolazione di Amandola, alla quale veniva distribuito;

f) Azioni varie:

  • apertura del campo di concentramento di Servigliano e liberazione di circa 200 internati civili, prevalentemente ebrei, e congiunti di renitenti alle chiamate alle armi e al servizio del lavoro, tenuti in ostaggio;

g) Cattura di militari nazifascisti:

  • cattura a Comunanza di cinque militi fascisti {Tosi Felice, Baradini Romeo, Palermi Emidio, Galanti Giovanni e Alessi Alfredo) distintisi per la caccia ai renitenti e agli ex prigionieri, poi fucilati in Amandola sul ponte di Vetemastro;
  • cattura a Monsammartino della G.N.R. Campanari Leo, spia al servizio dei tedeschi, disarmato e fucilato in contrada Marnacchia di Amandola;
  • cattura a Montemonaco del maggiore dell’esercito tedesco Peter (1), della G.N.R. Leognani e di due fascisti, confessi di spionaggio, fucilati a Rovitolo di Montefortino il tedesco con l’onore delle armi;
  • cattura e fucilazione sul monte Priora della G.N.R, Sabatini, che era passato a far parte della Banda a scopo di spionaggio;

h) Cattura di spie:

  • catturati a Montefortino (in concorso con elementi slavi della Banda di Sarnano) e subito fucilati; Nobili Pietro, Andreoli Osvaldo, Furiano Benedetto e Borgi Rina, tutti al servizio dei tedeschi e dei fascisti, per lo spionaggio in danno dei partigiani e degli ex prigionieri alleati,
  • cattura di Treggiari Lina, Bracci Ida e Accurti Edmondo di Amandola; di Fonzi Umberto, Miconi Italo e Miconi Angelo di Servigliano; di Amici, Gatti, Cesaretti Antonio e Granchelli Alvaro di Montemonaco, tutti collaboratori dei nazifascisti, da questi liberati dopo l’attacco di Montemonaco ove erano stati internati in attesa di giudizio.

II. BANDA DI MONTEGIORGIO

  • Occupazione militare di Montegiorgio, di Montappone e di S. Angelo;
  • a Montefalcone Appennino – interruzione della linea telegrafica e telefonica, e sequestro di un motociclo del servizio fascista della requisizione del bestiame;
  • a Monte San Martino – cattura ed esecuzione di tre spie;
  • a S. Angelo in Pontano – apertura del Silos granario e distribuzione del grano alla popolazione e ai numerosi ex prigionieri alleati raccolti nella zona;
  • a Fermo – requisizione di macchine in transito; sequestro di quelle al servizio dei nazifascisti; fermo di persone sospette; disarmo del personale di scorta;
  • a S. Angelo in Pontano – fermo di un’automobile con rimorchio, contenente 222000 litri di benzina destinata al fronte adriatico;

[Nota(1)] La pistola Leger del maggiore tedesco Peter è stata offerta in omaggio dal Comandante delle Bande di Amandola Cap. Alfredo Tamiglio a Fiorello La Guardia, Sindaco di New-York, tramite il sergente paracadutista americano Manuel Serrano, giornalista, il quale aveva collaborato con le nostre Bande durante il periodo clandestino.

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  • [continua] fucilazione del Capo manipolo G.N.R. Tredici Giovanni da Pisa, comandante la scorta, che opponeva resistenza ; bruciata l’autobotte col carico completo sulla strada S.Angelo-Falerone, non essendo stato possibile trasportarla e utilizzarla;
  • a Montappone – cattura e fucilazione della spia Ruggeri Vincenzo;
  • a Sarnano (unitamente alle Bande di Sarnano e di Monastero) attacco al presidio fascista, con perdita di due elementi (un ex prigioniero inglese e un ex prigioniero Jugoslavo facenti parte della Banda);
  • a Loro Piceno – sequestro di una motocicletta appartenente ai Vigili del Fuoco, al servizio dei fascisti;
  • a Servigliano – cattura e disarmo di cinque giovani che avevano commesso furti e rapine spacciandosi per patrioti; recupero della refurtiva poi riconsegnata ai proprietari;
  • a S. Angelo in Pontano – attacco a una pattuglia di tedeschi, dei quali uno rimaneva ucciso e tre feriti, disarmati e rilasciati per insistenze della popolazione che temeva rappresaglie. Uno di essi, dopo qualche giorno portava in dono da Macerata una motocicletta.
  • bloccamento di tutte le strade della zona d’azione durante la ritirata tedesca; sulla strada Falerone-S. Angelo – attacco e cattura di una pattuglia di S.S. tedesche in perlustrazione, disarmata e fucilata;
  • a Piano di Falerone – attacco a una compagnia di circa 250 elementi dell’esercito repubblicano fascista, con cattura di una cinquantina di moschetti e di molte munizioni lasciate sul terreno nella fuga;
  • a Piano di Falerone – attacco a un treno della ferrovia Porto S. Giorgio-Amandola, carico di appartenenti alla G.N.R.; si ignorano gli effetti avendo il treno aumentato la velocità;
  • sulla strada S. Angelo-Falerone – attacco a quattro macchine tedesche; cattura delle macchine e delle armi; rilasciati gli uomini perchè accertati di nazionalità austriaca e polacca;
  • a Piano di Falerone – attacco a un plotone di 16 tedeschi, due dei quali venivano uccisi ed uno ferito. Per il sopraggiungere di altri reparti tedeschi dovuta abbandonare la località;
  • a Penna S. Giovanni – attacco in località Parapina a un reparto di una settantina di tedeschi, che subivano perdite non potute accertare per il sopraggiungere di una colonna tedesca, per cui fu dovuta abbandonare la località ove rimanevano incendiate tre macchine tedesche. Nello scontro cadeva Tricomir Francesco e rimaneva ferito Sgrilli Bruno;
  • a Ponte sull’Ete – attacco a un drappello di 32 tedeschi, dei quali ne cadevano 7 e 6 rimanevano feriti;
  • a Piano di Falerone – cattura di 6 disertori tedeschi, di cui uno di nazionalità polacca, con l’armamento personale e due muli;
  • a Passo S. Angelo – disattivazione mine collocate sul ponte dai tedeschi;

III. BANDA DI FERMO – ESTERNA

  • Azione contro retroguardie tedesche sul Ponte sul Tenna per impedirne la distruzione,evitata;
  • scorta da Monterubbiano a Fermo a truppe della divisione polacca n. 96, coadiuvata nelle operazioni contro le retroguardie tedesche;

Equipaggiamenti catturati ai nazifascisti consegnati Comandi dei RR. CC. della zona dopo la liberazione:

Mitra 8Bombe a mano 48

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Fucili mitragliatori 3Pistole varie 7
Mine 5Cavo telefonico – metri 1000
Fucili comuni 23Caricatori comuni 314
Gelatina esplosiva a tubi IOCavalli 7
Moschetti 68Caricatori per mitra 41
Telefoni di campo 6Muli 7

oltre numerose buffetterie e materiale vario; nonché quattro autovetture, due motociclette e un apparecchio radio consegnati all’Ufficio Ricuperi del Governo Militare Alleato della Provincia.

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A questo complesso di azioni e di operazioni va aggiunta I’opera silenziosa svolta quotidianamente dal servizio informativo e di assistenza. Sono state raccolte, anche oltre le linee, e trasmesse per radio, numerose informazioni di carattere militate, talune delle quali di importanza grandissima. Sono stati assistiti i patrioti e le loro famiglie, sono state seguite e sviate le ricerche della polizia nazifascista. Sono stati assistiti ben 302 prigionieri di guerra alleati, dei mille e più vaganti nella zona. Si è provveduto al coordinamento di tutta I’attività dei reparti operanti; ai rifornimenti; all’inoltro della corrispondenza da e con le famiglie; al rilascio di carte d’identità con nominativi diversi; alla rinnovazione di tessere annonarie ai congiunti dei partigiani e dei renitenti ai quali erano state tolte per rappresaglia; ed in genere a tutte le occorrenze. Sono stati curati i collegamenti tra i vari reparti e con altre Bande operanti nelle zone vicine. Si sono più volte curati la raccolta di nuclei di ex prigionieri inglesi e il loro convogliamento, con accompagno nei luoghi d’imbarco.

Dopo la liberazione sono stati assistiti i sinistrati dalle devastazioni e rapine nazifasciste, svolgendo fino ad oggi 186 pratiche per risarcimento danni di guerra, per un importo di circa 12 milioni di lire; danni che, in definitiva, pare superino nella zona i 25 milioni di lire, esclusi quelli alle opere pubbliche, molto più rilevanti.

Sempre dopo la liberazione, si è attivamente collaborato e si sta ancora collaborando con la polizia militare alleata per I’identificazione e per I’arresto delle spie e dei traditori fascisti, nonché per il ricupero dei materiali di guerra.

Dopo avervi ricordato quello che abbiamo fatto, e spiegato perché non abbiamo potuto fare di meglio e di più, come avremmo desiderato, e bene sappiate come e perché è sorto il nostro movimento, anche per chiarire molte idee confuse dalla velenosa e mistificatrice propaganda.

La situazione determinatasi in Italia l’8 settembre è stata la conseguenza diretta e ineluttabile della bancarotta morale, politica, economica e militare del fascismo, aggravata dalla imprevidenza e dalla insufficienza di coloro che se ne erano assunta la liquidazione.

Occorre perciò, come nei fallimenti delle imprese commerciali, riandare alle origini e analizzare le cause del dissesto.

Quel che è stato il fascismo tutti hanno finito per rendersene conto a proprie spese, anche coloro che in primo tempo – in buona fede I’avevano ritenuto il toccasana di tutti i mali dell’umanità.

Taluni I’hanno definito: un carnevale tragico; una colossale mistificazione; il più grande brigantaggio organizzato che la storia ricordi; ma ognuna di queste definizioni e di tutte le altre proposte, può rispecchiare soltanto una delle molte e molte facce di questo mostro dalle mille teste, sorto come partito politico dopo la fine della guerra, ad iniziativa di pochi magnaccia professionali della politica e pare non soltanto della politica – con aderenti raccolti prevalentemente tra la piccola borghesia, impregnati di idee militaresche che mal si adattavano a un ritorno pure e semplice alla vita civile, nella quale, peraltro, nulla erano mai riusciti a concludere, epperò materia rivoluzionaria in cerca d’avventure, alla mercé del primo filibustiere che I’avesse messa in marcia.

Originariamente il fascismo aveva rappresentato – sono parole di Luigi Salvatorelli “la lotta di classe della piccola borghesia, insediandosi tra il capitalismo e il proletariato, come terzo

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litigante.” Ben presto, però, si era rivelato antiproletario, e ligio agli interessi della plutocrazia che, finanziandolo, lo aveva ingaggiato per cercare di neutralizzare gli effetti delle prime reazioni di stanchezza e di disgusto della guerra, dalla quale I’ltalia era uscita con la psicologia – forse non del tutto priva di fondamento, ma certamente molto esagerata dai gruppi nazionalisti – di un paese vinto, in quanto quelle reazioni venivano sfruttate con successo dai propagandisti estremisti per potenziare le organizzazioni proletarie, e queste manovrare in funzioni di partito.

Il fascismo era rimasto inattivo durante il periodo d’occupazione delle fabbriche, con cui, dopo una lunga serie di scioperi, per lo più fini a se stessi, o quanto meno inconcludenti, e quasi sempre abortiti, erano culminate e si erano esaurite le agitazioni del proletariato rivoluzionario del dopo guerra, cresciuto smisuratamente più per effetto del malessere prodotto dalla disoccupazione, causata dalla smobilitazione quasi contemporanea di milioni di ex combattenti, stanchi, delusi ed affamati, che per vera e propria tendenza rivoluzionaria degli inscritti; non ancora bene organizzato; senza propositi e programmi ben definiti; passato all’azione senza preparazione e senza metodo; diviso in frazioni di tendenze diverse in lotta tra loro per il sopravvento; guidato più da burocrati che da uomini di combattimento, e perciò in doppia crisi di crescenza e di assestamento.

Quelle agitazioni – forse più anarcoidi che politico-sociali – del proletariato rivoluzionario – o meglio dell’ala estrema del socialismo massimalista – in concorrenza con una simile frazione di Partito Popolare – professante una specie di comunismo di maniera, non ortodosso e ancora in formazione, che le aveva fomentate e dirette in contrasto con la Confederazione generale del lavoro e col Partito Socialista – e divenuta Partito Comunista autonomo in un secondo tempo ad agitazioni finite – avevano completamente fallito. Non già per I’intervento del fascismo – come questo poi volle far credere che, invero, in quei momenti difficili e pericolosi era intervenuto cautamente soltanto con platoniche manifestazioni di stampa e di oratoria parlamentare – ma perchè, come acutamente affermò il Bonomi “la libertà aveva ucciso la ribellione,” in quanto gli industriali erano rimasti passivi, e il Governo Giolitti molto opportunamente aveva lasciato che le cose si fossero risolute da se.

E la faciloneria dei capi – come poteva ben prevedersi – aveva cozzato con le molte e complesse difficoltà di ordine finanziario, economico e tecnico, e non aveva potuto reggere all’urto.

Il fascismo era passato all’azione violenta quanto già, in sostanza, si stava accentuando il ritorno alla normalità – favorito pure dalle disillusioni riportate dagli emissari socialisti che avevano visitato la Russia bolscevica – e quindi quando il rischio era diventato molto relativo e la riuscita poteva prevedersi certa. Tanto che I’azione successiva del fascismo, che se mai avrebbe dovuto essere di prevenzione, cioè diretta a impedire che I’ordine e la normalità venissero di nuovo seriamente turbati con rinnovate agitazioni – e cosi difatti veniva chiarita e propagandata – aveva invece assunto subito un netto carattere di assalto ai pubblici poteri, con la finalità di impossessarsi dello stato. E subdolamente si manifestava con continue provocazioni (gabellate per ritorsioni – le spedizioni punitive) dirette in realtà a mantenere in vita, con la perpetuazione delle agitazioni e dei disordini (oramai sopiti o quasi), i timori della plutocrazia, e della stessa monarchia, per spillare ancora quattrini e per far sentire sempre più il bisogno di un governo forte e autoritario che avesse stabilito la normalità. Secondate in questa seconda fase del nazionalismo, da poco pure costituitosi in partito politico (i pidocchi azzurri), che presso a poco ripeteva le stesse origini del fascismo, e perseguiva all’incirca pure gli stessi scopi, sia pure con metodo diverso.

Mussolini aveva proprio fatto tesoro dell’insegnamento del Sorel:
“l’esperienza dimostra che la borghesia si lascia facilmente spogliare, purché sia sotto qualche pressione e le si faccia temere una rivoluzione. Il partito che sa come adoperare lo spettro rivoluzionario con la massima audacia, avrà il futuro per se”. Cosi barando, con la complicità del re, anche allora più preoccupato per le sorti della corona che per quelle della Nazione, il potere fu suo.

La dottrina e i programmi, dei quali inizialmente mancava, e che anzi aveva dichiarato non necessari per governare, vennero dopo, e consistettero nella riesumazione di principi e di ordinamenti per lo più ovunque ripudiati, perchè illiberali, tirannici e inconciliabili con le moderne civiltà.

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Difatti:
La concezione politica dello stato autoritario e totalitario, basato non sul consenso ma sulla subordinazione imposta e mantenuta con la violenza, con esclusione di opposizioni e di critiche, senza magistrature elettive, ma con funzionari-gerarchi nominati dal governo centrale, è stata riesumata dagli ordinamenti di Augusto, ideati e attuati per sopprimere le libertà repubblicane e per esautorare completamente il senato. Con questi punti fondamentali alla base, in sostanza I’ordinamento statuale fascista costituiva, all’incirca, un ritorno al sistema feudale tedesco, aggravato dal fatto della revocabilità dell’investitura, per cui il gerarca-feudatario veniva messo in condizione di dovere ubbidire automaticamente e supinamente, mai discutere e tanto meno ribellarsi. Tanto vero che l’unica volta che i membri del cosiddetto Gran Consiglio dell’onorata società hanno voluto esprimere la loro opinione, sono stati processati e fucilati. Questo sistema aveva trovato nuova attuazione con Napoleone, il quale pure – è il senatore Lambercht che lo precisa “oppresse la libertà pubblica e privata, imprigionò cittadini a suo capriccio, costrinse la stampa al silenzio, dissipò il sangue francese in pazze e inutili guerre, mutò l’Europa in un cimitero, seminò le strade di feriti francesi abbandonati, non rispettò nemmeno le decisioni della magistratura”.

Sulla concezione sociale ben si sarebbero potute ripetere le parole che Renato Simoni trent’anni orsono faceva cantare a Filippo Turat nella Turlupineide, sull’aria dell’inno dei lavoratori.

lo propugno un socialismo
Tra borghese e proletario,
di parer sempre contrario
e che sia tra il si e il no

se nella effettiva applicazione, i principi astratti enunciati non si fossero rivelati una volgare truffa inscenata per asservire i lavoratori agli agrari e agli industriali, e nel contempo per tenere permanentemente gli uni e gli altri alla mercè dello stato-partito onniveggente, onnisciente e onnipotente, dominato da un’unica volontà: quella del Dittatore, il quale “non sbaglia mai” naturalmente nei rari casi in cui indovina per pura combinazione.

Il titolo è stato copiato dai famosi fasci siciliani del tempo di Crispi ed è stato già riadoperato durante la grande guerra dei deputati unitisi in “fascio parlamentare” dopo Caporetto.

Il simbolo – il fascio littorio – già preso dai romani agli etruschi come segno dell’Imperium, è stato copiato dalle repubbliche romane del 1798 e del 1849, che lo avevano usato come emblema di stato.

Il metodo e il mezzo per esercitare la sopraffazione e impossessarsi del potere (azioni violente di organizzazione politiche a carattere militare, non molto dissimili dalle compagnie di ventura del basso medioevo – squadre d’azione) erano già stati applicati a Sparta, ove funzionavano organizzazioni simili denominate Kritteia alcuni secoli prima di Cristo, e di nuovo nel XIV secolo da Cola di Rienzo , il quale, per sottomettere le fazioni romane in conflitto tra loro, avevano irreggimentato i suoi scherani e, subito dopo ristabilito l’ordine nello stesso stile mussoliniano, aveva con essi costituito la milizia permanente, nominalmente statale, ma in realtà sua personale.

L’ordinamento corporativo, sostanzialmente applicato dai romani nel periodo che va da Diocleziano a Costantino, come mezzo di oppressione delle classi lavoratrici, era stato ripristinato nel basso medio evo, specialmente dalle signorie, pure come mezzo di oppressione; per quanto le corporazioni di arti e mestieri, antiche e medioevali, almeno potevano scegliersi ed eleggersi liberamente i propri reggitori, e governarsi a modo loro.

L’autarchia, ideata e applicata anch’essa nel medio evo dai molti statarelli italiani, sempre in guerra tra loro, aveva costituito pure allora una effimera contromisura anti economica per cercare di alleviare le funeste conseguenze delle economie chiuse, determinate dalla impossibilità degli scambi commerciali esterni, impediti dalle rivalità tra stati finitimi, fomentate ed eccitate dall’imperatore per tenerli soggiogati tutti, secondo il precetto noto: divide et impera.

Ordinamento corporativo e autarchia – per parere concorde di tutti gli economisti autentici – avevano costituito la ragione principale del decadere delle industrie e dei commerci- e del conseguente impoverimento generale.

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Le organizzazioni giovanili – Opera nazionale Balilla e GIL -sono state foggiate sulla falsariga delle associazioni giovanili dei romani.

I Dopolavoro di categoria, stabiliti dagli antichi Collegia d’arti e mestieri, e conservati dalle corporazioni medioevali, erano già stati riesumati in Milano durante la grande guerra come organi di assistenza dalla benemerita amministrazione socialista Caldara: il fascismo se ne appropriò e li asservì, e, poiché si prestavano egregiamente per assorbire le libere associazioni che si volevano sopprimere e per favorire lo sviluppo dell’ordinamento corporativo, li estese a tutta la nazione.

Anche I’incremento demografico – imposto più che favorito dal regime fascista secondo la formula “il numero è potenza”, per aumentare la popolazione e dimostrare la necessità e quindi pretendere posti al sole per la popolazione esuberante – costituiva una riesumazione delle più bestiali e illiberali disposizioni della legge Papia Poppeia dei tempi di Augusto. Con la differenza che in quell’epoca poteva trovare una giustificazione nella diminuzione della popolazione e nella pressione dei barbari sui confini dell’impero; mentre ai tempi del Cesare fascista la popolazione sovrabbondava al punto da non trovare utile impiego, e nessuno minacciava i confini d Italia.

Perciò nulla di geniale nel fascismo, nulla di veramente nuovo: un copiaticcio di vari ordinamenti politico-sociali di due millenni, dai quali è stato preso soltanto quanto vi era di cattivo e di ripugnante, rendendo cattivo e ripugnante anche quel poco che contenevano di buono o di tollerabile, senza alcun riguardo né al tempo, né allo spazio, né al grado di civiltà raggiunto, né alle esigenze affettive del popolo, né alle conseguenze dirette e indirette. Ed è stato per di più gabellato e propagandato quotidianamente, dai mille corifei prezzolati, come parto dell’incommensurabile genio mussoliniano.

Quando poi ad altre istituzioni in funzione da vecchia data, come ad es. le Congregazioni di Carità, i Brefotrofi, le Cucine economiche e le Colonie marine e montane, veniva cambiata denominazione in quella di: Ente comunale di assistenza; Opera nazionale Maternità e infanzia, Rancio del popolo, Colonie del regime, per presentarle ai gonzi come istituzioni nuove, ideate ed attuate dal fascismo per il popolo.

Di veramente geniale – unicuique suum – dal cervello di Mussolini sono uscite solo tre istituzioni veramente provvide; con relative direzioni generali, uffici stampa e signorine di bella presenza:
la lotta contro le mosche la campagna contro gli sprechi la guerra contro il passero con i risultati, a tutti noti, che le mosche si sono moltiplicate, e sono stati sprecati non pochi milioni, mentre i passeri sono realmente diminuiti perché la guerra contro di loro non fu potuta iniziare per il sopraggiunto crollo del regime che la stava organizzando.

La politica si giudica dai risultati. Il risultato della politica del fascismo è troppo evidente, soppressione di tutte le libertà;
persecuzioni e proscrizioni da fare impallidire quelle di Mario e Silla, di Cesare e Pompeo, di Ottaviano e di Antonio; centinaia di migliaia di esuli in terra straniera; le carceri costantemente piene; le esecuzioni, gli assassinii e le torture, affari di ordinaria amministrazione; gran parte della ricchezza nazionale distrutta o depredata; le colonie e i possedimenti – che pure erano costati tante vite, tanto lavoro e tanti miliardi – perduti; I’economia nazionale completamente sconvolta, il risparmio e la moneta nazionale annullati, o quasi; le Industrie e i commerci ridotti come al periodo del baratto; non più ferrovie, non più navi; i mezzi di trasporto ridotti quasi a zero; le strade rese impraticabili e pericolose; le principali città devastate; le opere più insigni della nostra cultura millenaria patrimonio sacro dell’umanità intera – distrutte o rapinate; oltre mille miliardi da pagare, che con le nuove e continue emissioni di carta moneta falsa, e con le riparazioni e risarcimenti dei danni di guerra, si moltiplicheranno più volte; il sacro suolo della patria, le nostre vite, le nostre donne, i nostri beni, alla mercè del barbaro straniero invasore.

Senza contare le numerose famiglie distrutte, mutilate o disperse, le tante vite umane perdute; la disoccupazione già paurosamente in atto; la fame, la miseria; la carestia, la tubercolosi che miete quotidianamente tante e tante giovani vite; le privazioni e le umiliazioni di ogni genere; e le altre molte e molte iatture che dureranno chissà per quanto tempo, prime fra le quali la corruzione più obbrobriosa, oramai radicata tanto profondamente nelle pubbliche amministrazioni,

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che le recenti disposizioni sull’epurazione ben poca applicazione potranno trovare, ed in ogni modo a ben poco potranno approdare, e gli effetti deleteri dell’educazione e dell’istruzione, impartite in questo ventennio disgraziato in funzione di partito, per cui il numero degli ignoranti, dei presuntuosi, dei prepotenti e dei violenti si è spaventosamente moltiplicato specialmente tra i giovani, e quello delle prostitute di ogni classe addirittura centuplicato, come hanno avuto modo di constatare, con piacevole sorpresa, anche i militari nemici e alleati che si stanno prodigando per risolvere i problemi demografici e razziali impostati dal fascismo.

La bancarotta non poteva essere più fraudolenta e totalitaria.
Mussolini disse che il fascismo sarebbe arrivato nudo alla meta.

Ma nudo alla meta, e nudo nel senso più realistico della parola c’è invece arrivato il popolo italiano, e soltanto lui, perché i vari gerarchi, specialmente quelli di gran classe, hanno già da tempo messo in salvo all’estero le ricchezze succhiate e rapinate alla nazione. Ma come faranno a godersele?

Il fascismo, però, non è il solo responsabile della rovina materiale e morale della nazione, che in lui non si è mai identificata, malgrado tutte le sue mistificazioni per farla apparire, agli occhi del mondo, consenziente e compatta. La responsabilità di tutte le malefatte del fascismo grava indubbiamente sul Capo dello Stato, e in maniera maggiore a quella di Mussolini. Da una masnada di avventurieri professionali spregiudicati, che non avevano da perdere neppure il senso dell’onore, perché non ne avevano mai conosciuto neanche il significato – non c’era da aspettarsi diversamente.

E’ vero che chi capeggia un movimento rivoluzionario di qualunque specie e finalità, se I’azione riesce, egli diventa capo del governo, e magari capo dello stato, e che perchè divenuto tale, dai più, specialmente dai colleghi, è subito considerato un perfetto galantuomo, anche se si è sempre dimostrato il peggiore dei farabutti. E che se invece I’azione non riesce, egli subisce la sua sorte legale ed è considerato, illicito et immediate, un volgare delinquente, anche se aveva perseguito finalità encomiabili, ed aveva sempre dato prova di essere il migliore dei galantuomini.

Cosi, purtroppo, vanno le cose del mondo, e nulla c’è da fare. Ma ciò non toglie che nella realtà effettiva, rispetto alla morale – e quindi rispetto agli onesti – ciascuno rimane quello che era prima dell’azione rivoluzionaria indipendentemente dai risultati di essa; con la previsione logica che chi è stato sempre un pessimo cittadino non potrà essere un buon governante e viceversa.

Sulle qualità morali di Mussolini non c’era da equivocare;
risultavano dai caseIlari giudiziari italiani e svizzeri, e sui cartellini segnaletici della polizia internazionale. Vi era definito non solo agitatore politico professionale, ma e soprattutto delinquente per tendenza, come – con I’aggiunta della parola “pericoloso” I’aveva giudicato, col Questore di Milano Gasti, anche il Mingazzini.

Anche a voler prescindere dai reati comuni, nessuno ignorava che egli era stato renitente alla leva militare; che, ai tempi della guerra libica, dalle pagine dell’Avanti aveva esortato le popolazioni, specialmente le donne, a divellere le rotaie delle ferrovie per impedire le partenze dei soldati e questi incitato ad ammutinarsi e a rifiutarsi di imbarcarsi; che aveva fatto l’apologìa dell’eccidio di Sciara Sciat, ove erano stati massacrati tanti nostri bersaglieri (quelli del colonnello Fara, che doveva poi diventare uno dei generali della marcia su Roma); che era stato elemento di disordine permanente nel P.S.I. del quale aveva provocato la scissione per poterne poi dominare una fazione; che aveva organizzato la famosa settimana rossa ad Ancona, con la relativa “Repubblica dei polli di Fabriano”;
che subito dopo lo scoppio della guerra mondiale aveva abbandonato il P.S.I. e l’Avanti, per passare sfacciatamente al soldo della Francia – la migliore offerente – con i milioni ricevuti dalla quale aveva fondato il Popolo d’ltalia, dopo avere più tempo ondeggiato tra la neutralità e I’intervento a favore dell’uno o dell’altro gruppo; che la guerra egli poi si era ben guardato dal farla, mentre non aveva mancato di sfruttare le ferite riportate per caso da una esplosione accidentale di una granata (come del Croix e come Farinacci – tutti eroi alla stessa maniera), e tante e tante altre belle cose del genere.

Il perfetto tipo dell’avventuriero, con molte macchie e molta paura.

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Il Capo dello Stato non poteva ignorare questo curriculum di Mussolini, e naturalmente doveva valutarne i precedenti con la mentalità dell’uomo onesto, e con tutto il senso di responsabilità inerente alla sua altissima funzione. Senza contare che Mussolini non gli era stato designato dagli esponenti dei partiti politici, neppure interpellati, dai quali tutti anzi, egli, lo sapeva avversato aspramente; che egli, per permettergli la costituzione del gabinetto e per assicurargli quell’appoggio morale di cui difettava aveva fatto pressioni sul generale Diaz e sull’ammiraglio Di Revel – riluttanti affinché avessero assunto i dicasteri militari; che siffatta soluzione incostituzionale della crisi, così imposta, egli aveva per di più sorretto con la minaccia della emissione del decreto di scioglimento della Camera, per dargli modo di ricattare con facilità il primo voto di fiducia, con cui sanare automaticamente l’illegittimo procedimento seguito. Né per ventidue anni di seguito egli ha mai potuto ignorare che i provvedimenti legislativi che sanzionava e che emetteva, contrastavano e annullavano lo spirito e la lettera dello statuto, esautoravano la stessa monarchia, e mettevano il popolo italiano alia mercé del dittatore. E tanto meno non poteva non conoscere quello che effettivamente accadeva e si pensava in Italia, specie in ordine alla guerra, dal popolo e dall’esercito non desiderata e non voluta, e anzi avversata e sabotata in mille modi, anche se le quotidiane parate, organizzate dagli scherani, potevano far dubitare i gonzi del contrario. Non trascurando che molte personalità avevano dovuto subire e collaborare col fascismo per suo intervento e imposizione, determinati dalla sua preoccupazione di mantenere ad ogni costo al potere un regime che gli aveva assicurato e gli assicurava la conservazione del trono, sia pure con funzione soltanto decorativa.

Per cui non pare possa parlarsi soltanto di errori commessi in buona fede, ma di vero e proprio colpo di stato, freddamente calcolato, prima, e di cosciente e interessata connivenza dopo.

Disse bene, perciò, Benedetto Croce, che se il Re dovesse essere giudicato, dovrebbe essere condannato con sicura coscienza.

La iattura maggiore per il popolo italiano è stata questa guerra maledetta – pena di capriccio, di vanità e di conquista, la più odiosa, la più grottesca, la più criminale e la più ridicola delle pazzie umane, imposta da Mussolini senza nessuna preparazione, neppure spirituale, non sentita e non voluta da nessuno neppure dalla casta militare, per questo imbastardita e corrotta dal fascismo.

Il cosiddetto patto d’acciaio (non temperato), che dovrebbe essere chiamato più propriamente pactum sceleris, integrato successivamente da quello tripartito – mi risovviene alla mente il terzetto dei ladroni della Gran Via – ha significato per I’ltalia l’asservimento completo ed assoluto alla Germania hitleriana e la sua irreparabile rovina morale e materiale. A quella Germania, a proposito della quale nel suo primo editoriale del Popolo d’ltalia del 15 novembre 1914, Mussolini aveva detto: “se, domani, la reazione prussiana trionferà, in Europa si abbasserà il livello della civiltà umana, disertori e apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno tentato per impedirne la catastrofe”. Il patto venne concluso dal despota di Palazzo Venezia unicamente per cercare di salvare se stesso, senza nessuna preoccupazione e considerazione per le sorti del popolo italiano. Col patto di alleanza concluso dai due criminali – e non dai due popoli – I’ltalia era stata consegnata mani e piedi legati al tiranno teutonico. Tutto era stato previsto per ogni evenienza mentre le divisioni italiane venivano mandate a coprire le ritirate tedesche in Africa e in Russia, e a farsi distruggere nei Balcani, le divisioni tedesche, che venivano mandate apparentemente in Italia a riposarsi, affiancavano ovunque anche i più piccoli presidi italiani, per poterli sempre controllare, ed all’occorrenza poi sopraffare.

Di fatti, quando il 25 luglio fu travolto e giudicato sommariamente per quel che era stato, dall’intero popolo italiano, I’occupazione tedesca era stata subito intensificata, di guisa che l’8 settembre, allorché fu pubblicata la conclusione dell’armistizio, con la supina acquiescenza di generali inetti o traditori, poteva essere cosa estremamente facile per i tedeschi eliminare dalla scena l’esercito italiano, trasformato in poche ore in un branco di straccioni vaganti per le città e per le campagne, e prendere possesso di tutto il suolo nazionale.

La propaganda tedesca si precipitò a comunicare che I’esercito germanico assumeva la protezione del suolo italiano, per preservarlo dall’invasione alleata; i fatti susseguitisi hanno

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dimostrato, anche ai più cechi, che all’Italia era stata riservata la funzione di antemurale per la difesa del suolo germanico.

L’esercito italiano da tempo non era più quello di Vittorio Veneto:
la creazione della Milizia (che il popolo chiamava la malizia) con chiara ed inequivocabile funzione di contrapposizione alle forze armate regolari; la continua immissione nell’esercito di presuntuosi gerarchi fascisti; le promozioni e le nomine nei posti di comando fatte per meriti fascisti indipendentemente dalla preparazione e dall’abilità professionale; la corruzione comune a tutte le altre amministrazioni dello stato; l’accentramento di tutti i poteri dispositivi nella persona doppiamente irresponsabile di Mussolini, aveva ridotto l’esercito italiano a quello che a sproposito una volta si usava dire l’esercito di Franceschiello: dico a sproposito, perchè l’esercito napoletano nella campagna di Russia era stato quello che più si era distinto tra tutte le truppe napoleoniche. In questa situazione, aggravata dalla fuga del Re e del Governo rimasti imperdonabilmente impreparati agli eventi e, per lo smarrimento, forse più intenti alla loro salvezza che a quella del popolo Italiano, fuga magari consigliabile come misura precauzionale (sia perchè la cattura del Re e del Governo avrebbe impedito la continuità giuridica dello Stato a favore degli

Alleati, della quale altrimenti avrebbero finito per beneficiare i tedeschi come in Francia, in Belgio, in Danimarca e in Ungheria – i quali invece, per cercare di raggiungere i loro obiettivi si videro costretti a inscenare un governo fantoccio; sia perchè in tal caso gli Alleati avrebbero certo creduto al tradimento, del quale in realtà dubitavano) ma che però avrebbe dovuto essere preceduta dalla organizzazione di una seria ed efficace difesa contro il prevedibile tentativo dei tedeschi di impossessarsi della capitale, dei più importanti centri industriali e delle principali posizioni chiave; in questa situazione – dicevamo – abbandonati inermi e indifesi alla rapacità e alle rabbiose rappresaglie dei nazifascisti, con le conseguenze che tutti hanno potuto subito constatare, non rimaneva agli italiani che provvedere da se stessi alla difesa delle loro famiglie, dei loro focolari e dei loro beni.

Sorsero così, come per incanto, senza nessuna preparazione, le formazioni garibaldine composte di bande di partigiani, col proposito di contribuire a ricacciare oltre l’Alpe “che serra Lamagna sopra Tiralli” il barbaro invasore teutonico e a sradicare per sempre dalla superficie terrestre la mala pianta del fascismo.

Aveva scritto il Carducci: “L’eroe scomparve: dicono fosse assunto ai concilii degli Dei della Patria. Ma ogni giorno il sole, quando si leva sulle Alpi fra le nebbie del mattino fumanti e cade fra i vapori del crepuscolo, disegna tra i larici e gli abeti una grande ombra che ha rossa la veste e bionda la capelliera errante sui venti e sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pastore straniero guarderà ammirato e dirà ai figlioli: E’ l’Eroe d’Italia che veglia sulle Alpi della sua Patria…”.

Garibaldi aveva vegliato: al momento opportuno aveva lanciato il suo comandamento al cuore degli Italiani, ed erano subito risuonati i canti delle moltitudini:
si scopron le tombe – si levano i morti
i martiri nostri – son tutti risorti

Ed uomini e donne, di tutte le età, di tutte le classi sociali, di tutte le credenze religiose e politiche – cittadini di cento citta – erano subito convenuti nelle macchie e sulle montagne, per rinnovare la stretta di mano e il giuramento di Pontida: “In nome del Signore, Amen. Giuro sul Vangelo che io non farò né pace, né tregua, né trattato con l’imperatore Federico né con suo figlio, né con sua moglie, né con altra persona del suo nome, né per me, né per altri; e con zelo, con tutti i mezzi in mio potere, mi adopererò ad impedire che alcun esercito, piccolo o grande, di Germania o di qualsiasi altra terra dell’imperatore al di là delle Alpi entri in ltalia; e se un esercito vi penetrasse, farei aperta guerra all’imperatore e a tutti i suoi, fino a che il detto esercito esca dall’Italia; e la stessa cosa farò giurare ai miei figli appena abbiano I’età di quattordici anni”.

Quello che hanno fatto le Bande partigiane e l’entità del contributo da esse dato alla causa della liberazione dell’Italia, ed alla vittoria finale degli Alleati, che sarà anche la vittoria del popolo italiano, che ha finito per ritrovare sé stesso dopo ventidue anni di smarrimento, ve lo dicono ogni giorno le varie trasmissioni delle radio alleate, e persino quelle delle radio nazifasciste.

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Ma i patrioti, custodi e prosecutori fedeli della tradizione garibaldina, che non si è mai arrestata alla prima tappa, vogliono e chiedono di essere messi in condizione di combattere fino alla fine, e questo chiede e vuole tutta la gioventù italiana.

Nell’imporre al Governo Badoglio l’armistizio, del quale la durezza deve essere stata sì eccezionale se, evidentemente per pudore, se ne continua a tenere segreto il testo, gli Alleati non fecero nessuna discriminazione tra fascismo e popolo italiano, pur avendo più volte dichiarato, per bocca dei loro uomini responsabili, che non avrebbero fatto gravare sul popolo italiano le responsabilità della guerra dichiarata e condotta dal fascismo contro la sua volontà. Essi – a quanto pare – diffidarono di una nazione che poteva sembrare avesse tradito la sua antica alleata, ritenendola con ciò capace di ripetere il tradimento anche nei loro confronti, e sospettarono che la stessa conclusione dell’armistizio e le conclusioni entusiastiche del popolo a ogni loro sbarco e avanzata, veramente eccessive e mal conciliabili con la dignità, con i lutti e con le distruzioni da essi pur cagionati con i bombardamenti più o meno indiscriminati, non fossero spontanee e sentite, ma che simulassero astute manovre per cercare di sottrarsi alle conseguenze della guerra perduta ed ottenere un trattamento più favorevole. Questi sospetti, forse originati più da risentimenti – del resto giustificatissimi – che da inesatta conoscenza e valutazione della grande anima del popolo italiano e della situazione interna del nostro paese, determinarono l’8 settembre, che se è stato oltremodo nefasto per noi, lo è stato altrettanto per loro, in quanto ha significato per gli eserciti alleati nove mesi di aspre lotte e perdite ingentissime in uomini e materiali, per arrivare alpunto dove sono arrivati oggi, che avrebbero potuto raggiungere subito con sforzi e con rischi assai minori, in collaborazione con l’esercito italiano che, se fosse stato aiutato e sorretto, non avrebbe fatto la fine che fece, ed avrebbe potuto poi contribuire validamente a ricacciare oltralpe il tedesco invasore, risparmiando ad essi tante energie e tanti sacrifici. E verrà certamente un giorno in cui, per debito di lealtà, gli Alleati dovranno riconoscere questo loro errore iniziale.

Però, se comunque i sospetti potevano essere concepibili allora, oggi, dopo il sangue versato dalle Bande partigiane, espressione genuina del popolo italiano, il quale, del resto, ovunque e in tutti i modi ha cercato e sta cercando di opporsi ai tedeschi e ai fascisti, malgrado le quotidiane feroci e crudeli repressioni, la loro perpetuazione rappresenta un non senso, e una ingiusta umiliazione.

Cessi, perciò, ogni ulteriore diffidenza che non può aver ragion d’essere, specialmente dopo le reiterate prove di sacrificio e di valore date in questi ultimi mesi anche dalle truppe regolari del C.I.L. più volte anch’esse elogiate dal Comando Alleato. E si passi dallo stato di cobelligeranza a quello di alleanza, “con applicazione all’Italia della legge affitti e prestiti”, come, interprete dei sentimenti del popolo italiano, ha chiesto e sollecitato – purtroppo ancora invano – il governo democratico dell’On. Bonomi. Perché gli italiani debbono e vogliono riscattare tutte le vergogne fasciste, vogliono e devono combattere con tutte le loro forze e con tutte le loro possibilità affianco dei valorosi eserciti delle Nazioni Unite, per contribuire alia immancabile vittoria finale, che dovrà definitivamente liberare l’ltalia e il mondo intero dalla lebbra putrida dei vari fascismi. Ne hanno il dovere, ma ne hanno anche il diritto.

Ond’é che vogliamo sperare che il sacrificio di tante giovani esistenze immolatesi per la riconquista della libertà, non sia stato vano; che la dura lezione sia stata salutare, e che, perciò, il marasma già in atto, conseguente a un ventennio e più di oppressione e alla disastrosa situazione lasciata dalla guerra, non produrrà uno smarrimento generale, come quello del 1922. E pensiamo che se malauguratamente i tanti partiti, sorti come funghi dopo la pioggia, non dovessero mettersi d’accordo su un programma comune di leale collaborazione per la normalizzazione e per la sollecitata costruzione dell’economia nazionale, a causa delle mire egemoniche di qualcuno di essi, e perciò la rinascente democrazia non dovrebbe riuscire ad affermarsi come tale e a salvare dalla tempesta la fragile navicella dello stato.

Che non si sa se remi avanti o remi indietro ciò starebbe a dire che il popolo italiano, per il quale l’angolo di indifferenza è stato sempre uguale a quello dell’infatuazione, non sarebbe ancora maturo per la libertà e per la democrazia; con la logica previsione che la situazione finirebbe fatalmente per sfociare nella guerra civile e in una nuova dittatura – quella del più audace, giacché

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in politica come in amore vige la massima “osare” – con tutte le nefaste conseguenze assai bene a tutti note.

E’ necessario, perciò, che l’unità di intenti che ha regnato tra noi durante il periodo clandestino, per la salvezza della patria comune e per la riconquista della liberta, sia mantenuta anche nell’immediato dopoguerra, per contribuire alla instaurazione e al consolidamento di una democrazia veramente tale, e a scongiurare qualsiasi pericolo si profilasse di nuovi esperimenti miracolistici in corpore vili, e soprattutto di ritorni a fascismi di vecchia o di nuova marca.

Sarebbe veramente doloroso che dopo aver tanto lottato e tanto sofferto insieme, animati tutti da una stessa fede, in un prossimo domani le nostre formazioni dovessero scindersi per trasformarsi in milizie di parte, e combattersi tra loro, per le ambizioni e per gli interessi personali di pochi mestatori. C’è da credere pertanto, che il sangue versato dai compagni di tutte le varie tendenze politiche per il raggiungimento di un comune ideale ci porterà invece ad usare quelle armi che strappammo alla tirannia e che impiegammo per abbatterla, a stroncare qualsiasi eventuale criminoso tentativo di ripristinarla, in forma più o meno larvata, monocroma o policroma, che sia, e per inchiodare al muro coloro che tentassero di compromettere la nostra libertà.

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Le radio nazifasciste da undici mesi vanno ripetendo fino alla nausea, che con l’armistizio del 3 settembre l’Italia ha tradito la sua fedele alleata, dalla quale in tutti i tempi non aveva ricevuto che bene. E, per il vero, molto inopinatamente, di tradimento ci hanno tacciato un po’ tutti.

Nulla di più falso: la verità è esattamente l’opposta: la Germania non è stata tradita dall’Italia; per converso l’Italia è stata tradita dalla Germania. La Germania non è stata mai amica dell’Italia: essa è stata sempre la sua più aspra e tenace nemica.

La storia, che non è quella divulgata dal 1922 in poi, ce ne offre prove irrefutabili, attraverso il vaglio più severo degli avvenimenti.

Il preteso insinuato tradimento del 3 settembre, leit-motive della propaganda nazifascista, non ha alcuna consistenza né giuridica né morale. E’ vero che il governo fascista assunse l’impegno di non concludere paci separate, ma è anche vero che il pactum sceleris era stato concluso esclusivamente da Mussolini, per suo tornaconto personale, senza consultare né il popolo, né la Camera – per quanto non rappresentativa, né il Senato, né il Gran Consiglio, organo deliberativo competente secondo la stessa legislazione fascista.

Non si trattò adunque, di un’alleanza tra due popoli, ma soltanto di un’alleanza e di un patto tra due uomini, subìto ma non accettato né ratificato dal popolo italiano, il quale era perciò libero di svincolarsi in ogni tempo. E il popolo, che ogni volta che lo aveva potuto aveva sempre manifestato il suo dissenso e la sua avversione alla guerra, aveva pure dato una specie di ultimatum al governo con gli scioperi del marzo 1943 e con le successive continue agitazioni popolari ovunque mentre le truppe in Sicilia si erano rifiutate di combattere ancora, per evitare di essere completamente travolte dalla catastrofe immancabile della Germania, già nettamente delineatasi subito dopo la capitolazione francese, non seguita da quella inglese.

E sarebbe stato in diritto di svincolarsi, anche se formalmente e sostanzialmente tutto fosse stato a posto, in quanto Hitler non aveva neppure rispettato gli accordi che prevedevano il rifornimento delle materie prime per le industrie di guerra – fornite solo in minima parte – ed una leale collaborazione, e non già lo sfruttamento delle risorse italiane, e il totale asservimento dell’ltalia agli interessi della Germania. D’altra parte nel 1866 la Germania si era regolata alia stesso modo. Era stata allora conclusa un’alleanza per la guerra contro l’Austria – alleanza per altro veramente perfetta- con impegno reciproco di non concludere paci separate. Nei primi mesi della guerra le sorti volgevano male per i germanici: l’Austria offerse all’Italia una pace separata, con la cessione delle province venete, per aver modo di liquidare più agevolmente la Germania, il governo italiano rifiutò, per serbare fede ai patti firmati. Ben presto le sorti della guerra cambiarono, e la Germania, per trarne vantaggio, si affrettò a concludere segretamente con l’Austria una pace separata, abbandonando al suo destino l’Italia già battuta a Custoza e a Lissa, in procinto di venire

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del tutto sopraffatta. Avemmo egualmente il Veneto per intervento di Napoleone III, ma rimasero sotto il giogo degli Asburgo Trento e Trieste. E Garibaldi, che con i suoi eroici volontari aveva riscattato a Monte Suello e a San Fermo le infamie di Custoza e di Lissa, fu costretto a rispondere all’intimazione di retrocedere, il suo memorabile: “Obbedisco”.

Questo il vero volto della “fedele alleata” Germania. Volto che è stato sempre lo stesso dagli antichi tempi ad oggi. E’ stato tutto un succedersi di feroci aggressioni e di slealtà contro l’ltalia, per cui il Petrarca si compiaceva che almeno
ben provvide natura a nostro stato
quando dell’Alpi schermo
pose tra noi e la tedesca rabbia.

Quando i romani nel 114 a.C., console Mario, con la vittoria sui Cimbri e sui Teutoni, riuscirono a far penetrare in Alemagna le prime luci della civiltà latina, trovarono quei popoli pressoché allo stato primitivo, e potettero constatare che essi avevano nel sangue l’istinto della ferocia, dell’insidia, dell’inganno, della slealtà. Fin da allora non erano abituati a guerreggiare in campo aperto e con mezzi leali, ma con tranelli e con colpi di mano. Ne provarono gli effetti le tre legioni romane di Varo, assalite e trucidate a tradimento, prima ancora che potessero riaversi dallo sbigottimento, mentre permaneva lo stato di pace e di amicizia. Non si è ancora spenta l’eco del grido angosciato di Augusto: “Varo, rendimi le mie legioni”.

Seguono, a distanza sia pure di secoli, le invasioni dei Visigoti, che mettono a ferro e a fuoco quasi tutta la penisola, conducono seco in schiavitù i cittadini e rapinano i tesori; poi quella degli Unni, la più feroce, capitanata da Attila – flagellum Dei -, poi quelle dei Vandali, degli Ostrogoti, dei Longobardi, e ultima quella dei Sassoni. Le popolazioni italiane sono ridotte in schiavitù. Il fertile territorio della penisola viene più volte ripartito tra gli invasori: viene instaurato il sistema feudale teutonico alle dipendenze dell’imperatore, con l’auto attribuzione del Sacro Romano lmpero, inteso appunto a stabilire diritti perpetui sul suolo italiano, il che impedirà definitivamente, per quattordici secoli, il ritorno all’unita politica nazionale. E quando con il sorgere dei gloriosi comuni, e delle ancor più gloriose repubbliche marinare, ai primi albori della rinascita incomincia a serpeggiare per l’aria qualche cosa di molto simile a quello che poi, con maggiore maturità di pensiero, preluderà al nostro risorgimento, ecco che un altro Attila: Federico Barbarossa, valica nuovamente le Alpi, per soffocare il desiderio e il tentativo delle popolazioni italiane di liberarsi dallo schiavismo feudale teutonico.

La lotta per le investiture che va dal sec. X al secolo XIII, suscitata dalla ferma volontà dei Papi di sottrarsi alla dominazione teutonica, segna un’altra pagina nera della prepotenza germanica, e del proposito, mai abbandonato, di volere dominare ad ogni costo l’Italia e la cristianità.

Se ne ha una riconferma nella calata dei Lanzi del 1527, per stroncare l’analogo tentativo di Clemente VII; e la ferocia del sacco di Roma, e successivamente di quello di Firenze, stanno a documentare che i Lanzi di Carlo V non erano dissimili dai Goti di Alarico e dagli Unni di Attila.

Abbiamo ricordato l’autentico tradimento del 1866: vogliamo ricordarne ora un altro, non meno sconcio, perpetrato durante la guerra libica, mentre era ancora in vigore la Triplice, di nefasta memoria. La Germania di Guglielmo II – che aveva intavolato segrete trattative con la Turchia per l’acquisto della Libia – si assunse la cura del rifornimento delle armi agli arabo-turchi, favorendo così la resistenza nemica, e facendola procrastinate di oltre un anno, e l’Austria – checché se ne voglia dire, anch’essa tedesca – in combutta con la Germania, si apprestava a valicare il Brennero alla riconquista delle province italiane perdute nel 1866.

Ed un altro ancora recentissimo: durante la guerra di Abissinia, profittando del regime sanzionistico, la Germania di Hitler, nello stesso tempo in cui, profittando della congiuntura, ci stava legando al suo carro, ci soppiantava nei mercati balcanici, che avevano sempre costituito il fulcro delle nostre esportazioni.

Le vere intenzioni della Germania nei confronti dell’Italici potrete apprenderle leggendo i due volumi diEzio Maria Gray – fascista monarchico e repubblichino, già Vicepresidente della Camera fascista, attualmente Prefetto fascista repubblichino di Torino pubblicati nel 1914 – 15 a

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Firenze, intitolati: “Le atrocità tedesche nel Belgio e in Francia” e “La Germania alla conquista dell’ltalia”; il volume del nazionalista Giovanni Preziosi “La Germania cerca di conquistare l’Italia” pubblicato pure a Firenze nel 1916, e quello dell’ing. Pietro Lanino “La penetrazione tedesca in Italia”, pubblicato a Roma nel 1915 dal Partito nazionalista, e quindi tutti di fonti non sospette. Leggendo questi libri, le notizie riferite nei quali sono circostanziate e documentate, apprenderete che fin dal 1914 la Germania si era impossessata del controllo di tutti i gangli principali della vita economica e politica della nazione; che le grandi banche e le grandi industrie italiane erano alimentate da capitali germanici, e che agivano con direzioni germaniche in funzioni degli interessi germanici, e non di quelli italiani. E, difatti al principio della grande guerra potemmo constatare che i cannoni da 75 Krupp scoppiavano ai primi colpi, quando i proiettili esplodevano, tanto che se non fossimo stati prontamente aiutati dalla Francia con i Deport, saremmo subito rimasti privi di artiglieria da campagna.

Constatava perciò allora il Preziosi – oggi prete spretato al soldo di Farinacci e dei tedeschi:
” 1) che il pangermanesimo, attraverso quell’insaziabile sete di dominio che lo trascina a cercare l’egemonia universale, e ad usare ogni mezzo per conquistarla, è il più pericoloso nemico della libertà dei popoli;
” 2) che il pangermanesimo agisce ovunque, applicando gli stessi metodi razionali e ben studiati… così da fare delle altre nazioni le schiave della Germania;
“ 3) che ogni nazione la quale desidera di essere libera e padrona in casa propria dovrebbe combattere il pangermanesimo senza tregua, senza riposo;
” 4) che ogni cittadino di una nazione la quale abbia inconsciamente cooperato alla espansione tedesca si renda conto dell’ errore commesso, se ne penta e lavori a distruggere il malfatto;
” 5) che tutti coloro i quali hanno, invece, coscientemente lavorato e stanno ancora lavorando per gli scopi del pangermanesimo nel loro paese, meritino di essere bollati col marchio rovente di traditori!”.

Né il tempo, né il progredire della civiltà hanno modificato in nessun modo lo spirito tedesco: i tedeschi sono rimasti sempre gli Unni di Attila.

E’ vivo il ricordo della definizione data ai trattati dal Cancelliere Betmann-Holwegg durante la prima guerra mondiale: “Chiffons de papier” – pezzi di carta. Non meno vivo è il ricordo del siluramento delle navi non destinate a scopi bellici, dell’impiego dei gas asfissianti, dell’uso delle mazze ferrate per finire i feriti trovati sul terreno, della utilizzazione dei morti per ritrarne grassi per macchine e saponi, dei bombardamenti delle città, dei massacri delle popolazioni civili, delle deportazioni in massa degli operai, delle fucilazioni degli ostaggi, dei saccheggi, degli stupri, e di tante altre atrocità commesse dai tedeschi pure durante la grande guerra, e della edificante risposta data da un generale tedesco ad un cardinale francese che lamentava i bombardamenti degli ospedali: ”Noi vi ammazziamo i malati, ma i vostri soldati ammazzano i nostri che sono sani”

Quelle tali matite, penne stilografiche, scatole per rossetti, e altre cosette esplosive trovate per le vie di Roma – e persino nei tram sulle quali la propaganda nazifascista fece un chiasso infernale per insinuare una inesistente barbarie anglo-americana, – rinvenute in copia nelle sedi dei gruppi rionali fascisti, quando li assaltammo e li devastammo la notte dal 25 al 26 luglio – prova evidente della provenienza – per chi non lo sapesse, erano state già impiegate dai tedeschi nella grande guerra, nel Belgio e in Francia, ove nei Musei se ne conservano diversi esemplari insieme a quelli delle mazze ferrate, di buona memoria, con le quali vennero finiti tanti poveri nostri soldati feriti durante l’offensiva di Caporetto.

Le atrocità di questa guerra vi sono troppo note per ricordarvele.

Questa è la Germania: questo è il suo vero volto, e nessuna propaganda potrà mai riuscire a farla vedere diversa, perché nei fatti non si è mai smentita e non si smentirà mai, qualunque possa essere stata o possa essere la sua forma di governo.

Hitler – a differenza di Mussolini che è un italiano assolutamente degenere – è invece il tipico esponente della sua razza, come lo furono prima di lui, in ordine di tempo, Guglielmo Il, Federico Barbarossa, Attila, Alarico e Arminio.

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La cultura tedesca- la tanto decantata e pur tanto discussa e discutibile Kultur, dalla quale – nulla di veramente geniale è mai venuto fuori, avendo per Io più sfruttato ed applicato le invenzioni del genio straniero – ha operato sempre in funzione dello spirito egemonico tedesco, che comincia ad apparire nella leggenda dei Nibelunghi, e pervade poi la letteratura tedesca di tutti i tempi:
“Deutschland Ober Allesu.- La Germania sopra tutto – è la premessa ad ogni opera, ad ogni atto, ad ogni azione.

Finché i tedeschi non si saranno convinti di non essere un popolo eletto, ma un popolo come tutti gli altri, ed anzi peggiore degli altri perchè, malgrado la vernice esteriore, nel fondo è rimasto ancora barbaro; finché non si saranno decisi a smettere il proposito egemonico della dominazione del mondo, non potranno esservi né pace né benessere in questa terra.

Noi, qualunque possa essere il nostro credo politico, siamo tutti egualmente cristiani, e ci teniamo a esserlo non soltanto a parole;
perciò non possiamo esser mossi da sentimenti di odio o di vendetta ma comprendiamo che sarebbe sommamente delittuoso e imperdonabile, dopo quanto si è ancora una volta verificato a distanza di tanti pochi anni, se gli alleati limitassero la loro azione purificatrice alla punizione dei soli cosiddetti criminali di guerra, e non usassero invece tutti i possibili accorgimenti per rendere impossibile, o quanto meno assai difficile e rischioso, il ripetersi delle bestiali aggressioni teutoniche, opera non soltanto delle singole caste dominanti nel tempo, ma dell’intero popolo germanico, tutto egualmente pervaso di pangermanesimo, e tutto egualmente criminale, allo stesso modo che criminali di guerra non si sono dimostrati soltanto i capi, ma in genere tutti i militari tedeschi, i quali hanno sempre gareggiato in crudeltà, bestialità e ferocia, anche nelle circostanze più futili, contro inermi e pacifiche popolazioni.

E siccome siamo convinti che la forma mentis del popolo tedesco non potrà essere cambiata, perché due millenni di storia conosciuta dimostrano che, seguendo il progresso, non si è modificata che progredendo in peggio – Attila a piedi e a cavallo si è trasformato in Attila motorizzato e alato – riteniamo che questo popolo criminale debba essere messo in condizione di non poter più nuocere per lo meno per alcune generazioni, non senza avergli prima fatto conoscere, intus et in cute, tutto l’orrore dei suoi misfatti, soprattutto per disingannarlo sulla convinzione della impunità e della non ritorsione – convinzione acquisita col perdono ottenuto per la guerra passata – con fargli percorrere lo stesso nostro calvario.

E’ necessario perciò che la guerra sia portata nel suo territorio e che questo venga e rimanga occupato per un lungo periodo di tempo;
è indispensabile che, abbandonandosi ogni falso sentimentalismo, applicandosi nella occupazione il suo stesso diritto di guerra, che è ancora quello di Attila, la Germania trascini anch’essa la sua croce allo stesso modo con cui l’abbiamo trascinata noi, e con noi l’Europa intera. Occorre che anche le sue città e i suoi villaggi siano distrutti:
che anche le sue famiglie siano costrette a disperdersi randagie per le varie regioni, nude, affamate e senza tetto, come è capitato alle nostre; che anche le sue campagne siano devastate; che anche le sue industrie siano smontate; che tanto la sua ricchezza nazionale che quella individuale siano pure pressoché annullate; che anche le sue vie di comunicazione – e soprattutto queste – siano rese impraticabili, come le nostre; che anche le sue popolazioni siano trattate come essa ha trattato le nostre; in modo che esse patiscano tutti gli stenti, tutti i dolori, tutte le torture e tutte le umiliazioni che hanno fatto patire alle nostre. Occorre, insomma che i tedeschi sorbiscano l’amaro calice, goccia a goccia, come l’abbiamo dovuto sorbire e lo stiamo ancora sorbendo noi.

Lo dice la loro legge, quella della faida, che essi hanno sempre applicato e che stanno ancora applicando al dieci per uno: occhio per occhio, dente per dente; soprattutto lo esige la giustizia, la giustizia senza aggettivi intesa perciò non nel senso di vendetta, ma di necessaria profilassi sociale e di salutare espiazione.

Per tutti i martiri; per tutte le vittime; per tutte le madri in gramaglie; per tutte le vedove; per tutti gli orfani; per tutti i focolari distrutti o violati; per la sicurezza e per la pace dell’umanità intera.

ALESSANDRO TERRIBILI

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[Fotografia con didascalia]
I primi partigiani di Piobbico. Al centro, con il maglione bianco, il Comandante Sottotenente Decio Filipponi, decorato di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria.

(sul retro)

DISTACCAMENTO D’ASSALTO “GARIBALDI”
PIOBBICO
Comandante: Decio Filipponi
Eroicamente caduto il 29 marzo 1944

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